05
Apr
2018

GIANCARLO SACCO NOMINATO MIGLIOR ALLENATORE DEL MESE DI MARZO

Arriva un bel riconoscimento per il nostro coach, Giancarlo Sacco: la Lega Nazionale Pallacanestro lo ha infatti nominato come Miglior Allenatore Serie A2 Girone Est per il mese di marzo. Un premio condiviso con tutto lo staff a sua disposizione, un premio che testimonia dell’ottimo momento dei gialloneri, che hanno firmato – con quella di Udine – quattro vittorie consecutive.

Vi riportiamo di seguito l’intervista rilasciata da coach Sacco a Stefano Valenti – responsabile Area Comunicazione di LNP: il nostro allenatore viene definita il “Dottor House della pallacanestro italiana”. Visto il suo curriculum, e sentite le sue parole, crediamo che si possa riconoscere in questa definizione. Complimenti coach!

“L’etichetta di numero uno degli allenatori SOS mi arrivò da Peterson stesso, ed a me ha sempre gratificato” racconta Sacco, che ha condotto Bergamo, matricola in affanno, ad un marzo intonso da 4 vittorie su 4 gare. Un record che gli ha consegnato il titolo di allenatore del mese ad Est. Riportando fiducia nella salvezza, in città e tra i tifosi, visti i quasi 1900 spettatori della sfida diretta con Orzinuovi.

– Sacco, quali sono gli strumenti per intervenire sul malato?

“Passione ed entusiasmo. Professionalmente è molto interessante il dover ricaricare e motivare una squadra, iniziando solitamente con non più di due-tre giorni veri di lavoro, prima del debutto”.

– La chiama Bergamo, distogliendola da quali attività?

“Stavo coltivando la terra ed i miei ulivi, che producono olio buono. A Gradara, dove vivo e che ha appena vinto il titolo di “Borgo dei Borghi”. Un bel posto, insomma”.

– Però c’è l’astinenza da panchina.

“In realtà non la soffro e per questo mi sento una mosca bianca. Più semplicemente adoro questo sport e questo lavoro, ed ancora ora mi diverto come un pazzo. Ma nessuna ansia da astinenza, pure se quando parlo con colleghi o gli agenti so bene che esiste. Se mi chiamano sono felice e contento, se non alleno sto bene ugualmente”.

– Arriva a Bergamo e cosa trova?

“Un bell’ambiente. La Società con Bartocci, uno staff tecnico preparato, lo spogliatoio. Grande disponibilità e accoglienza, pur venendo a sostituire un collega che era un’istituzione, apprezzato e che aveva fatto un ottimo lavoro. Ho ereditato una squadra priva di conflittualità interne, quindi una situazione ottimale”.

– Quale il male, allora?

“Il peso delle sconfitte e teste un po’ piene di tante cose. Le ho alleggerite, lavorando su attenzione e concentrazione. La risposta è stata immediata. Pensare solo ad allenarci bene, per giocare a pallacanestro”.

– Teste sgombre. E’ così che si va a Montegranaro, senza Ferri, e ad Udine, senza Hollis, e si vince su campi di due squadre da playoff?

“Credo sia il nostro manifesto. Loro non c’erano, ma noi non ce ne siamo accorti”.

– Ci si accorge invece che Solano ed Hollis hanno elevato il loro rendimento.

“Due bravi ragazzi, disponibili. Hollis è più navigato, un giocatore totale. Solano è più acerbo, sta uscendo adesso, ha potenzialità. E’ arrivato da una realtà dove “hai perso?… Nessun problema”. Ecco, da noi è diverso”.

– Un’addizione italiana importante, Marco Laganà, 25enne talentuoso quanto sfortunato proprio quando la A2, a Biella, lo aveva messo in rampa di lancio.

“Uno di talento vero, e con la capacità di metterlo sul parquet, che non è da tutti. L’obiettivo è non disperdere quel talento da playmaker e stiamo lavorando su ciò che un  playmaker deve essere: concentrato, attento, nella posizione più bella del basket. Gli abbiamo dato un ruolo e non un parcheggio. In più ha le palle”.

– Un ruolo dove peraltro Bergamo aveva già un italiano importante e navigato, Michele Ferri, pesarese come lei.

“Ci siamo capiti subito, perché parliamo la stessa lingua… Ma non avevo dubbi, Michele è una persona intelligente. Tutti hanno un ruolo e responsabilità, in minutaggi giusti per esprimerli al meglio. L’etichetta di titolari e panchina è decisamente demodè”.

– Le piace questo 8+2?

“Rende il nostro ruolo più piacevole. Dai un’identità alla squadra. In A2 vedi giocare Treviso o Ravenna e dici “sono le squadre di Pillastrini e Martino”. E questo piace anche alla gente. Qui c’è affezione. Ma la vedo anche in qualche realtà di A, come Brescia e Trento, o la Varese di oggi”.

– Lei come Piero Bucchi, chiamato a salvare la Virtus Roma.

“E’ un argomento generazionale. Se devo pensare a Bucchi, Scariolo, Messina, Pancotto, penso a quando l’allenatore allenava e non dover fare altro. Io ho debuttato in A a 27 anni e non mi preoccupavo del fatto che “non dovevo rompere le palle”. Il nostro credo era prendere una squadra a settembre e lasciarla a giugno migliorata e di conseguenza più forte. Oggi la filosofia è sfruttare ciò che si ha”.

– In A2, quest’anno, ben sette assistenti promossi.

“E’ iniziata così anche per me, oggi forse incide di più il fattore economico. Penso però che, ai tempi, proprietari e manager come Bulgheroni, Scavolini, Prandi, Allievi fossero veri conoscitori del ruolo degli allenatori e di cosa un allenatore poteva valorizzare del capitale. Ora l’allenatore è una spesa”.

– Salvati o fregati, dalla Bosman?

“Alcuni salvati dai cambi in corsa, che hanno raddrizzato una stagione. Però quando c’erano i cartellini, ed il giocatore migliorato a fine stagione valeva più soldi di quanti erano all’inizio dell’anno, questo dava un valore tangibile al lavoro degli allenatori”.

– Cosa serve per convincerla a tornare ad allenare a tempo pieno?

“Un buon stipendio, per poi far risparmiare durante l’anno, cosa in cui credo. Alla fine spesso le Società spendono di più per cambiare, e non è il momento. E sentire fiducia in uno che si è sempre assunto responsabilità, anche sulle scelte. Senza alibi o compromessi”.

– Lavora per i playout o per una salvezza diretta che avrebbe del miracoloso?

“Noi dobbiamo solo pensare a correre. Salvarsi subito sarebbe un qualcosa di eccezionale. In realtà viviamo alla giornata, lo so che è stucchevole sentirselo dire, però è la verità”.




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